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Siamo (quasi) tutti psicologi “normali”

Vi ricordate come si risolve il gioco che vedete qui sotto?

 

 

 

 

L’obiettivo è unire tutti i puntini con quattro linee senza staccare mai la penna dal foglio.

Ci avete provato?

Se consideriamo i punti come se formassero un quadrato non ci riusciremo mai: ne rimarrà sempre fuori uno. La soluzione è possibile solo se si riesce ad immaginare qualcosa di diverso di una figura conosciuta che guida e mantiene uno schema “mentale” rigido. In questo modo, uscendo dai “confini immaginari”, le quattro rette, disegnate senza sollevare mai la penna, possono essere rappresentate così:

 

 

 

 

Abbiamo portato questo esempio per provare a riflettere con voi: l’immagine che noi abbiamo dello psicologo può bloccare la nostra creatività e la possibilità di proporre nuove soluzioni, non solo quando si parla di terapia, ma anche e soprattutto quando vogliamo metterci in discussione come categoria professionale.

Se nel giochino che abbiamo proposto sopra ci concentriamo su un singolo punto potremo analizzarlo più che dettagliatamente, correndo però il rischio di non considerare tutto il resto: gli altri elementi in gioco, le relazioni tra loro e il contesto in cui sono inseriti.

Così quando cerchiamo di definire sempre più il campo e di qualificare sempre meglio le nostre specifiche abilità (come se fossero i nostri puntini) rischiamo di perdere la visione d’insieme.

Più le nostre competenze diventano specifiche, più cerchiamo di arrivare alla “perfezione” attraverso nuove e più sofisticate specializzazioni; più ci vincoliamo ad un modo di pensare e ad un modus operandi, più tentiamo di arrivare ad un senso di sicurezza a discapito della capacità di integrare le conoscenze apprese in modo creativo.

La proposta di specializzazioni sempre più settoriali, se da un lato possono rappresentare l’accrescimento del sapere teorico e pratico, dall’altro ci sembra che, implicitamente, abbiano l’effetto pragmatico di controllare sempre più la disciplina e il mercato, richiedendo via via apprendimenti sempre più specifici. Le conseguenze di un impegno costante, finalizzato a garantire l’accuratezza, sono quelle di favorire un pensiero che si limita alla visione di tipo “microscopico” (attenzione centrata sul singolo puntino) a discapito della globalità.

La maggior parte di noi psicologi continua a formarsi per raggiungere “l’apice” della professionalità, individuabile quando ognuno ha il maggior grado di attestati e attestazioni di competenze e capacità. Tuttavia, in questa corsa alla formazione rischiamo di imbatterci nel rovescio della medaglia: la specializzazione porta ad un pensiero omologato e prevedibile perché simile per tanti professionisti che seguono una specifica disciplina. Per assonanza a noi è venuta in mente la curva gaussiana (la famosa “normale”!): l’apice della curva è quello in cui media, moda e mediana coincidono, ovvero combaciano, si incontrano.

Quale futuro per una categoria professionale educata all’uniformità?

La formazione stessa sembra sia vissuta non tanto come un’opportunità, come l’effetto della spinta ad allargare i propri orizzonti, quanto piuttosto come una necessità: essere il più autonomi possibile e ben armati nei confronti dei “malintenzionati”, come ad esempio chi lavora senza essere iscritto all’albo degli Psicologi.

Questo sentire non solo ci limita, ma ci allontana dalle possibilità di collaborazione tra di noi e ci inserisce in un circuito di solitudine perché dobbiamo essere in grado di far tutto da soli. Non si contempla la possibilità di condividere coi colleghi e costruire un bagaglio, un sapere, se non a “caro prezzo”!

È possibile trasformare questi vincoli in possibilità?

Secondo noi si, creando rete fra i colleghi, in cui la preparazione dei singoli divenga un prerequisito per proporre servizi innovativi e di qualità, dove quest’ultima sia il prodotto della presenza di più e diversi professionisti che, unendo i singoli punti di vista, riescono a creare un nuovo e diverso panorama professionale.

Secondo voi è fantascienza o qualcuno sta già lavorando così?

 

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Commenti

One Response to %2$s

  1. mariapia lenzi says:

    Tutti sanno che la cooperazione è stata costruita per gestire al meglio le risorse, sia umane che tecnologiche. Il problema è che siamo ancora fermi all’orticello di piccola proprietà e soprattutto dobbiamo superare il “complesso del MIO” (questo complesso atavico l’ho coniato io, e non “mi” serve il riconoscimento scientifico). Dal punto di vista evolutivo il processo di identificazione segue quello di differenziazione: Du und Ich, con preteso beneficio di “pos-s-esso”. Il sapere psicologico è vasto, ma ancor di più lo sarebbe la sua applicazione, solo se avessimo la cognizione delle sue potenzialità. L’attività di anni di volontariato nelle strutture pubbliche, mai regolamentata scientificamente, ma solo burocraticamente, ne è un esempio! Nessuno, in tanti anni, si è mai preoccupato di stabilire/coordinare dei progetti per i volontari (tantissimi): una risorsa inutile, dannosa, sprecata! I volontari servono “Solo” nelle grandi catastrofi (da cui abbiamo imparato, invece, anche la rassegnazione!). Mi pare che la mancanza di lavoro dopo anni di sacrifici mirati sia anch’essa una “catastrofe”! Solo perché non abbiamo agito con lungimiranza. Ma, non lo sapevamo!

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