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Il bavaglio all’informazione

Di tutte le cose che un ente previdenziale di rilevanza pubblica può fare, la meno indovinata è quella di prendersela con i propri iscritti che chiedono chiarezza in merito ad operazioni che riguardano la gestione dei contributi versati.

La seconda cosa meno indovinata è incolpare la stampa di aver montato ad arte una notizia, quando è stata ripresa in oltre 50 articoli e servizi, anche sulle testate nazionali più autorevoli.

Il motivo è semplice: nel primo caso si tratta di un’aggressione nei confronti di chi ha tutto il diritto di dire la propria su attività gestionali che sono pubbliche, specialmente se ne ha interesse diretto. Nel secondo, di un’aggressione verso chi esercita una funzione sociale di importanza fondamentale per la democrazia e la trasparenza, come l’informazione.

Se poi si pensa di colpire gli iscritti alla cassa, o le associazioni che li rappresentano, attraverso i poteri di amministrazione dell’ENPAP e quindi con il denaro che gli stessi iscritti versano, si sfiora un paradosso davvero grottesco.

Pare inutile sottolineare che il diritto di espressione e di cronaca è protetto dall’articolo 21 Costituzione. Che siamo nell’era dell’informazione globale, e quindi occorre mettere in conto il dato di fatto che ogni ruolo pubblico è più pubblico che mai, perché la produzione di comunicazioni e informazioni è patrimonio di tutti.

Soprattutto, oggi più che mai è facoltà di chi è oggetto di notizie che ritiene sbagliate o fuorvianti di correggerle, di dare la propria versione dei fatti, attraverso puntuali rettifiche e la produzione di una contro-informazione chiara ed esaustiva. Nulla vieta al CDA e al Collegio Sindacale dell’Enpap di emettere propri comunicati, di chiedere rettifiche agli organi di stampa e pubblicizzare questa richiesta: solo pochi mesi fa, l’INPGI ha attuato questo tipo di azione rispetto ad affermazioni del Ministro Fornero.

La rettifica e la comunicazione sono i due metodi più rapidi, economici, efficaci di affermare il valore delle proprie azioni, quando esse sono state oggetto di legittima critica. Costano solo uno sforzo intellettivo, e tempo da dedicare all’Altro per informarlo chiaramente sulle proprie posizioni. Sono atti che ripagano ampiamente l’energia spesa, e soprattutto non ammorbano l’aria di un’atmosfera intimidatoria che ha ormai fatto il suo tempo, che è passata di moda come il telefono fisso della SIP o il “lei non sa chi sono io”.

Gli avvertimenti vaghi, ad oggetto indefinito, nella forma di non meglio indirizzate azioni legali a tutela dell’immagine dell’ente in tutte le sedi opportune, hanno il sapore della beffa amara nei confronti degli iscritti che, di fronte ad un ENPAP messo alla gogna dalle notizie sul palazzo di via della Stamperia, devono anche sostenere i costi della sua difesa di parte con una colletta obbligatoria.

Agli amministratori non si chiedono azioni legali, ma un semplice sforzo di pensiero: rettificare con precisione e correttezza le notizie che sanno essere false. E soprattutto, portare argomenti e documentazione accurata e completa, entrando nel merito di quelle che sarebbero false notizie.

Per prevenire che fatti simili si ripetano in futuro, nulla impedisce di rendere pubblici tutti gli atti di rilievo da qui in avanti: verbali del CIG e del CDA, delibere, atti di compravendita, negoziazione, bilanci previsionali e consuntivi, bilanci tecnici, compensi degli amministratori. Nessuno di questi atti è riservato, ed anzi in molti casi (bilanci previsionali e tecnici) è richiesto come atto di informazione sulla salute della cassa da parte di altre istituzioni.

Del resto, l’estrema permeabilità all’informazione di ogni atto o ruolo pubblico ha qualcosa di protettivo e funzionale al buon andamento dell’amministrazione: sapere che stiamo lavorando in una sorta di casa di vetro, che siamo osservati e anche criticati, ci permette di evitare errori ed azzardi e di correggerci quando li compiamo.

La trasparenza degli atti non va rifuggita: non è possibile farlo, ma soprattutto non è funzionale ad una corretta gestione. Se tutti gli atti della complessa vicenda del palazzo di via della Stamperia fossero stati pubblicati mentre il processo di acquisizione era in corso, e se tutti i consiglieri dell’ENPAP fossero stati debitamente informati circa la procedura, oggi non saremmo qui a parlarne. La stampa, forse, non ne avrebbe parlato. Semplicemente, tutto si sarebbe svolto diversamente, a partire probabilmente dall’esplosione mediatica che si è alimentata anche sul tema del segreto.

Un segreto di Pulcinella, dato che alla fine l’ENPAP ha pubblicato una serie di documenti che non hanno davvero nulla di segreto o compromettente: si tratta di delibere del Consiglio di Amministrazione, di atti di compravendita, di perizie che ben potevano essere messe a disposizione dei consiglieri e degli iscritti. Invece, circondare di mistero qualcosa serve ad alimentare l’idea che ci sia qualcosa da nascondere, anche quando alla luce dei fatti non è così.

Dai documenti emerge una procedura che forse poteva essere svolta diversamente, ma forse no. Che forse poteva essere dettagliata in modo più preciso, ad esempio quantificando e qualificando con un capitolato l’opera di ristrutturazione, così da avere un’idea precisa di cosa significano espressioni come “consegna chiavi in mano” o “immobile finito”. Ma forse no.

Ma nessuno dei documenti ci sembra essere risolutivo, anche perché il nocciolo della questione, che è la differenza di prezzo di compravendita di uno stesso bene e nello stesso giorno di 18 mln di euro, non riceve ancora una spiegazione approfondita. Ad esempio, ancora non è chiaro il costo della ristrutturazione, perché il capitolato citato nel preliminare e nel rogito, nei documenti ancora non c’è.

Ma se tutte queste considerazioni si fossero svolte prima, se fossero state oggetto di dibattito pubblico e possibile all’interno della categoria, fra i consiglieri e le associazioni che rappresentano gli iscritti, oggi non saremmo qui. Oggi l’ENPAP non si troverebbe ad affrontare il dilemma fra usare il randello verso chi si azzarda a dire qualcosa, e rappezzare una fuga di notizie che ben poteva essere prevenuta alla radice, dandole in anticipo.

A poco ci serve l’argomentazione per cui ogni giorno il CDA compie atti amministrativi sul patrimonio. Di molti di questi atti è possibile dire qualcosa perché sono riportati a bilancio in termini chiari: ogni Btp ha il rendimento in chiaro nel nome, su ogni fondo immobiliare è possibile trovare informazioni, e ogni gestione finanziaria è alla fine riassumibile in un indice di rendimento globale. Infatti, su queste operazioni ci si è potuti esprimere con una pubblica valutazione, che garantisce controllo ed espressione di tutte le voci.

Invece, l’acquisto del palazzo di via della Stamperia è stato diverso: seppure di valore minore rispetto ad altre grandi operazioni di disposizione del patrimonio, ha rappresentato un grado di complessità maggiore, un valore meno chiaramente definibile, procedure con minore evidenza. Questo non implica necessariamente che la procedura sia stata scorretta, o che si configurino profili di errore. Però implica che tutto avrebbe dovuto svolgersi con attenzione ancora maggiore all’informazione. L’attenzione che oggi è data alla vicenda è il soltanto il risultato, del tutto prevedibile, di informazioni non fornite spontaneamente.

Category : ENPAP.
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Commenti

One Response to %2$s

  1. Dimarco says:

    Sono molto in accordo con l’informazione e la trasparenza.
    Non capisco se chi gioca con i palazzi di vetro o negli stessi ad ore o secondi precisi faccia gli stessi giochi in borsa vincendo o perdendo somme molto più cospicue senza parlare poi dei sovrainvestimenti oggettuali ed i suoi opposti…

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