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Intervista di AltraPsicologia al Presidente dell’ENPAP Demetrio Houlis

Abbiamo incontrato il Presidente dell’ENPAP Demetrio Houlis nello sforzo di chiarire alla comunità dei colleghi quali innovazioni l’Ente di Previdenza stia avviando in questo periodo e per ragionare con chi conosce l’intera realtà dei fatti sulla situazione lì creatasi di recente, che dall’esterno appare piuttosto confusa.

Ringraziamo il collega Houlis, che ha accettato la nostra richiesta di intervista, per la disponibilità che ha mostrato. Non capita spesso, anzi: di solito possiamo testimoniare di avere reazioni di distacco se non di arroganza da parte dei dirigenti istituzionali della professione, allorché si propone loro un contatto diretto con la base dei colleghi.

Quella che segue è la sbobinatura dell’intervista, tenutasi presso la sede dell’ENPAP alla fine di aprile 2007.

Domanda: Cominciamo da una delle questioni all’ordine del giorno: negli ultimi tempi arrivano, dall’interno dell’ENPAP, notizie confuse circa l’avvio di grandi innovazioni in tema di assistenza finalmente fornita ai colleghi. Si parla di fondi stanziati per :

  • Assistenza sanitaria integrativa per grandi interventi chirurgici e grandi eventi morbosi;
  • Contributi per non autosufficienti anziani e/o per inabilità temporanee o permanenti;
  • Indennità di malattia o infortunio;
  • Contributi a colleghi che esercitano in zone che abbiano subito calamità naturali;
  • Contributi per spese funerarie a favore dei superstiti di iscritti deceduti;
  • Borse di studio per figli di iscritti deceduti o inabili;
  • Borse di studio per figli di iscritti;
  • Contributi per l’acquisto di computer finalizzato ad incrementare i rapporti telematici con l’Ente;

Iniziative – quasi tutte, visto che qualche perplessità sui contributi per i computer potrebbe essere sollevata – utilissime a dare una mano ai colleghi in difficoltà e a rinforzare il traballante spirito di solidarietà interno alla categoria.

Sembra però che le modalità con le quali le delibere relative all’avvio di questi nuovi servizi sono state assunte contengano dei vizi – non si sa bene se di forma o di sostanza – tali per cui, il ministero vigilante sulla congruità dei Bilanci delle Casse di Previdenza, non ha dato il suo avallo ai bilanci con cui si disponevano gli stanziamenti necessari.

Ci aiuti a fare chiarezza, collega Presidente.

Risposta: Diamoci pure del tu, come usa fra colleghi. Prima di tutto grazie a voi per la disponibilità a venire ad incontrarci: da parte mia c’è sempre la disponibilità a confrontarsi con i colleghi a qualsiasi livello ed in qualsiasi sede. Resta inteso che, essendo io il rappresentante di una istituzione, nel corso del nostro colloquio è doveroso per me mantenere un profilo appunto di tipo istituzionale anche rispetto a certe situazioni di accesa polemica o di conflitto che pure possono esserci state. L’ENPAP è un valore per la professione che va in ogni caso preservato con grande cura al di la dei momenti di disaccordo o di conflitto.

Ma veniamo allo specifico del quesito che poni. L’ente è impegnato, in questo ultimo periodo, in attività che riguardano il potenziamento dell’assistenza: nel momento delle elezioni faceva parte del programma di alcuni di noi, sicuramente del gruppo all’interno del quale io sono stato eletto, l’obiettivo di dare ai colleghi uno strumento di previdenza e assistenza che rispondesse ai loro bisogni. Solo lo strumento previdenziale, per quanto possa essere efficace o ricco in termini di prestazione erogata (ma non è il nostro caso), non è di per se in grado di coprire le situazioni di bisogno nelle quali un cittadino si trova ad affrontare. Parliamo di eventi che riguardano momenti relativi alla salute, momenti che riguardano la non autosufficienza, momenti legati a situazioni di infortunio o in qualche caso di morte, purtroppo, in situazioni in cui – ancora giovani – si lasciano una famiglia, si lasciano dei figli da mantenere. In questi casi lo strumento assistenziale è indispensabile per fare in modo che il nostro iscritto – nei limiti del possibile, perché non abbiamo risorse illimitate – sappia di avere qualcosa che può aiutarlo a nelle situazioni di necessità. Quindi, previdenza ed assistenza vanno fra loro strettamente coniugate. Questo per dire che non è una pensata estemporanea di qualcuno di noi: se si leggono gli editoriali dei Notiziari dell’ente già di qualche anno fa, si coglierà questo aspetto specifico.

Nel caso specifico, nell’attivare questo tipo di iniziative bisogna innanzitutto definire un progetto ampio e ben equilibrato sul piano sostanziale e seguire tutta una serie di procedure che, a livello formale, non sono semplicissime. Talvolta da parte dei ministeri vigilanti, anche per l’onere di lavoro che hanno in certi periodi come l’attuale, non c’è la visione complessiva dei fenomeni che si affrontano e ci si ferma, in una fase iniziale, ad aspetti di carattere esclusivamente formale. Ciò che noi abbiamo fatto è concentrarci in primo luogo su aspetti sostanziali e costruire attorno ad essi i necessari passaggi formali. Da questo punto di vista il primo aspetto che abbiamo cercato di valutare è se esistono le risorse per avviare e mantenere nel tempo questo tipo di impegni nei confronti dei colleghi. Conseguentemente abbiamo ritenuto di dover individuare e impegnare specifiche somme di denaro da dedicare all’assistenza e questa volontà  l’abbiamo espressa nei nostri bilanci preventivi che poi sono passati ai ministeri vigilanti. I ministeri, rispetto a questa nostra previsione,  ci hanno risposto che esiste un vizio formale nel senso che, non esistendo ancora le attività di erogazione, in termini specifici, di prestazioni assistenziali, queste somme non potevano essere formalmente inserite all’interno dei bilanci. Conseguentemente, a seguito anche di incontri che ci sono stati,  c’è stato l’invito a realizzare queste forme di assistenza in termini operativi, con la previsione specifica di spesa,  per poi poter dar corso a questa imputazione di bilancio. A tale proposito, stiamo procedendo nella realizzazione delle diverse forme di attività che tu precedentemente hai citato: queste delibere sono state assunte dagli organi dell’ente (Consiglio di Amministrazione e Consiglio di Indirizzo Generale – CIG) e attualmente si sta procedendo con la predisposizione dei regolamenti attuativi. Occorreranno ancora alcuni mesi perchè possano essere operativamente realizzate vista la complessità dell’iter.

D: Ci stai dicendo che abbiamo già, addirittura, i regolamenti attuativi. Questo vuol dire che queste iniziative saranno davvero accessibili ai colleghi in tempi brevi?

R: Io direi di si. Non stiamo riscontrando da parte dei ministeri osservazioni di carattere sostanziale ma solo questioni di tipo formale che possono essere superate. Conseguentemente ritengo che entro l’anno queste forme di assistenza potranno avere una loro operatività, semmai gradualmente: qualcuna prima qualcun’altra più tardi.

D: Questa di per se è una buona notizia per la categoria. Si è avuta, comunque, l’impressione che decisioni così importanti ed attese tanto a lungo siano poi state assunte in fretta e con qualche pressappochismo: perché, insomma, non si sono attese le conclusioni del lavoro del gruppo di lavoro ad hoc del CIG, che proprio su questi temi sta lavorando da circa due anni, oltretutto con dispendio di molte energie e con l’ausilio di consulenze importanti - quali quella del prof. Angrisani - e, immagino, costose?

R: Non vorrei che confondessimo due piani: quello delle iniziative sulla previdenza e quello delle iniziative sull’assistenza. Nella fattispecie la consulenza del prof. Angrisani ha riguardato le iniziative sulla previdenza. L’ente ha degli Organi, che nelle varie consigliature sono composti da persone diverse, ma ha anche una sua storia, una sua continuità. Certe posizioni sul tema dell’assistenza, l’ente le aveva assunte già in passato. Vorrei ricordare che anche nella precedente consigliatura il CIG si era espresso in maniera chiara sia per intervenire sul versante della previdenza – in una logica di modifica del sistema per noi particolarmente penalizzante – sia sul versante dell’assistenza – individuando alcune forme di assistenza, per esempio l’assistenza sanitaria, su cui intervenire. Detto questo, va ricordato che il CIG, in tema di assistenza, ha preso atto delle valutazioni del gruppo di lavoro che peraltro sono state di tipo più generale, non con gli approfondimenti che invece sono stati fatti nel caso della previdenza e poi, nel suo insieme come Consiglio, ha poi ritenuto di assumere delle decisioni anche diverse.

D: La comunicazione dell’ENPAP con gli iscritti non è certo un punto forte della gestione, in tempi recenti. Lo dimostra anche tutta la difficoltà con cui sono trapelate informazioni su questioni rilevanti quali quelle assistenziali, dando, in assenza di informazioni ufficiali, la possibilità a versioni di parte di accreditarsi come integralmente veritiere: il giornale dell’ENPAP ormai non ha più alcuna cadenza, il sito internet non contiene informazioni aggiornate, nessuno può assistere alle riunioni degli organi dell’Ente. Sembra che questa consigliatura dell’Ente di Previdenza abbia scelto di arroccarsi in difesa, dando adito così a timori di “mala gestio” da parte dei colleghi. Possibile che non si possano avere pubblicati – o almeno accessibili – i verbali delle discussioni del Consiglio di Indirizzo e del Consiglio di Amministrazione? Quali misure si stanno prendendo per riattivare una comunicazione trasparente e credibile nei confronti dei colleghi?

R: Questa è una critica molto pertinente. Penso che questo sia il tema di maggior problematicità dell’ente a fronte degli altri aspetti che tu citavi. Come ben sappiamo, anche facendo delle buone cose ma non comunicandole ai colleghi, si ottiene il risultato che questi non hanno delle informazioni e si creano quindi fantasie – se non anche speculazioni – e questa non è mai una buona informazione, un buon rapporto con gli iscritti. Anche perché nei momenti di difficoltà che ci possono essere e ci sono stati in passato, come per esempio nel caso delle difficoltà che si ebbero all’epoca della grande crisi dei mercati finanziari mondiali nel 2001 e 2002, una maggiore comunicazione su quello che l’ente stava facendo sarebbe stata opportuna e necessaria e avrebbe evitato una serie di disinformazioni.

Oggi, nel momento in cui c’è questa grande spinta, sia sul versante previdenziale che su quello assistenziale, è bene che i colleghi sappiano quello che l’ente va facendo. A tale proposito c’è da notare che ci troviamo in una situazione paradossale per cui su taluni temi, quali la riforma previdenziale, il nostro ente è sempre stato all’avanguardia: abbiamo portato per primi all’attenzione delle forze politiche il paradosso del sistema previdenziale, le criticità di questo tipo di sistema e per primi abbiamo iniziato a prefigurare certe possibili soluzioni. Nel mondo degli addetti ai lavori siamo quindi considerati in una posizione “di avanguardia” ma al nostro interno queste cose non si sanno e sembriamo un gruppo di persone un po’sedute sugli allori, che gestiscono l’ordinario, quando ci riescono. La realtà non è invece così, perlomeno alla luce della considerazione che, come ente, abbiamo quando ci rivolgiamo all’esterno sia fra gli altri enti previdenziali  che nel mondo ministeriale o governativo.

Quindi abbiamo la necessità di dare le informazioni e di comunicare efficacemente con i colleghi e di dare la rappresentazione di quello che potrà essere il futuro dell’ente. Se su questi temi non abbiamo il sostegno, la condivisione e un confronto franco con i colleghi, rischiamo di fare poca strada.

Le scelte che dovremo fare saranno scelte difficili – lo dico con molta chiarezza – ma dovranno essere condivise con i colleghi, e ognuno, a seconda del proprio ruolo, dovrà assumersi le proprie responsabilità.

Per quello che riguarda l’informazione è stata fatta di recente quella che credo sia una scelta importante, ossia l’individuazione di un giornalista professionista che dovrà occuparsi dell’organizzazione del Notiziario.  Contiamo in questo modo di tornare ad avere una periodicità più puntuale della rivista che finora è stata lasciata allo spontaneismo.

Anche sul sito cerchiamo di investire risorse importanti: abbiamo rinnovato e aggiornato i contratti della  parte relativa alla gestione informatica dell’ente che ci permetteranno di essere più efficienti di quanto non siamo stati finora. In questo senso va interpretata la scelta, che tu richiamavi prima,  di sostenere l’acquisizione di computer da parte dei colleghi. In realtà quello che noi vogliamo introdurre sono incentivi all’uso degli strumenti informatici e di comunicazione telematica che rendano i  rapporti tra iscritti ed ente molto più veloci, molto più efficienti e molto meno costosi.

D: Certo, per una fari un’idea compiuta sulle misure varate di recente bisognerà aspettare i regolamenti e vedere gli stanziamenti: si tratta chiaramente di collocare i finanziamenti per l’acquisto di p.c. in un preciso ordine di priorità.

Ragioniamo un po’ sulle preoccupazioni immediate dei colleghi.  Soprattutto in occasione della celebrazione del decennale della Casse di Previdenza si sono susseguite voci intorno alla possibilità che venissero aumentati i coefficienti contributivi, sia del contributo soggettivo (si ipotizzava, per questo contributo, un aumento al 19%) che dell’integrativo (in aumento, secondo le voci, al 4%). Il sistema previdenziale contributivo è di certo tale da non garantire pensioni di qualche sostanza per una professione che, credo di poter definire senza offesa di nessuno, “povera” come la nostra. Certo nessuno vorrebbe ritrovarsi in vecchiaia a vivere con cifre quali quelle che le proiezioni danno come attendibili per la maggior parte dei colleghi che attualmente versano all’ENPAP. È difficile però avallare un aumento dei contributi stante l’attuale situazione reddituale della media degli Psicologi. Tu quale posizione hai?

R: La mia posizione l’ho espressa in più di una circostanza. Penso che sicuramente si debba considerare l’ipotesi di un aumento del livello contributivo; penso però che questo tipo di ipotesi sia praticabile solo se si creano delle condizioni. Le condizioni quali sono? La prima è quella che tu citavi: noi ci troviamo all’interno di una professione in cui i livelli di reddito sono bassi. Si può chiedere ad un professionista che guadagna 100.000 Euro all’anno di dedicare il 30% del suo reddito a un risparmio previdenziale perchè gli resta comunque una somma importante per poter vivere. Se invece parliamo di redditi molto più bassi, quali quelli che sono dei colleghi attualmente, chiedere una contribuzione previdenziale più alta di quella attuale, come qualcuno al di fuori della categoria sta prefigurando, è fuori dal mondo perché imporre oggi il risparmio previdenziale a qualcuno che – non voglio drammatizzare – fa fatica a vivere, mi sembra davvero difficilmente praticabile sul piano delle corrette relazioni sociali. Il primo problema è quindi avere chiara qual è la situazione della nostra professione.

Secondo problema: penso che sia importante fare delle scelte su quale debba essere prioritariamente l’insieme dei soggetti cui rivolgere la nostra attenzione. Voglio dire: esistono all’interno della nostra categoria dei colleghi che svolgono attività libero-professionale autonoma a tempo pieno e quelli che invece la svolgono a part-time perché, a fianco di questa, hanno un lavoro dipendente, lavoro che magari non è soddisfacente sul piano delle aspirazioni professionali ma che sul piano previdenziale alcune certezze le da’. Di questa diversa posizione ne dobbiamo tenere conto e quindi stabilire delle priorità di scelta che vadano a favore dei colleghi che svolgono un’attività libero professionale a tempo pieno o che traggono dall’ENPAP il loro riferimento previdenziale centrale.

Terzo punto: l’aumento delle aliquote contributive. Noi abbiamo, all’interno del regolamento attuale, la possibilità di scegliere tra un’aliquota contributiva del contributo soggettivo dal 10%  che possiamo elevarla al 14%. Recentemente abbiamo deliberato una modifica del regolamento per modulare ulteriormente queste opzioni: ci sarà quindi la possibilità di optare per il 10%, che è il minimo,  oppure il 14, il 16, il 18 fino al 20%. Questo però va considerata come scelta opzionale del collega, che può infatti trovarsi in un anno in cui ha particolari disponibilità e quindi decide di riversare una parte al suo reddito in investimento previdenziale. Ma in molti casi questa possibilità non c’è, e di questo dobbiamo tenere conto.

Penso, poi, che la contribuzione integrativa, il famoso 2%,  può anche essere aumentata ma il problema è: con che finalità? A cosa serve? Che tipo di ricadute può avere? Io penso che, ad esempio, possa servire per incrementare il versamento della contribuzione soggettiva. Facciamo un  esempio di questa ipotesi. Se verso il 14, piuttosto che il 16%, posso essere incentivato al maggiore contributo perché l’ente, utilizzando parte della contribuzione integrativa, mi fa valere di più la contribuzione soggettiva che sto pagando. Questo meccanismo è già stato ipotizzato in passato e fa parte di una serie di ipotesi che diventa importante discutere con i colleghi. Al momento comunque il CIG che ha ritenuto di non poter procedere a nessuna ipotesi di incremento obbligatorio.

D: Dal vertice osservativo di AltraPsicologia la nostra professione in Italia sta attraversando un periodo di crisi gestionale tra i peggiori della sua storia e le prospettive future non sono certo incoraggianti: la situazione del mercato del lavoro per gli Psicologi è drammatica, la relazione all’ENPAP del prof. Angrisani mostra elementi innumerevoli di criticità nell’analisi economica relativa all’esercizio della professione. Lo stesso trend delle nuovi iscrizioni ai Corsi di Laurea in Psicologia, agli Ordini Professionali degli Psicologi e allo stesso ENPAP – che in altre categorie sarebbero motivo di soddisfazione visto il trend in fortissima ascesa – diventano per gli Psicologi motivo di preoccupazione alla luce delle ristrettezze attuali del mercato del lavoro e, soprattutto, della mancanza di politiche professionali finalizzate a sostenere l’accesso al mercato da parte dei colleghi. Abbiamo provato a chiedere l’impegno concreto del Consiglio Nazionale su temi che riteniamo cruciali a sostegno della stessa sopravvivenza economica della nostra professione: una maggior tutela dei confini della professione da indebite invasioni di campo, sostegno economico all’avvio delle iniziative professionali soprattutto dei giovani, una più pressante azione di lobbing nei confronti di tutti i livelli della politica, campagne di promozione della professione. Il CNOP risponde utilizzando gran parte dei fondi disponibili per aumentare gli emolumenti ai propri membri! L’ENPAP, per parte sua, cosa conta di poter fare per migliorare la situazione lavorativa e reddituale degli Psicologi, datosi che, oltretutto, questo è l’unico modo realistico per sostenere le nostre pensioni future?

R: La condizione critica della professione non è di oggi: è parecchio tempo che si sta sviluppando. In verità non è mai stato facile: lavorando con le persone in difficoltà, come facciamo noi soprattutto in ambito clinico, non ci potrà mai arricchire, visto che – come direbbe qualcuno – in una logica strettamente di mercato la persona umana, per di più sofferente, non crea un elevato “plusvalore”.

Esiste un problema di ampliamento del mercato della Psicologia. Qualcuno dice che la Psicologia è in implosione: non posso essere d’accordo perché ad esempio il quadro ENPAP da un incremento del fatturato della professione, un incremento interessante, che supera quello di altre professioni. Il problema è che c’è parallelamente un forte aumento del numero degli iscritti, per cui questo aumento di fatturato della professione viene spalmato fra tutti gli iscritti e i redditi medi rimangono quindi stabili.

Bisogna essere determinati nell’affermare la necessità di una politica di contenimento degli accessi alla professione e deve essere fatto un discorso molto più chiaro con il mondo dell’università perché si parla oggi di oltre 50.000 giovani iscritti ai corsi di laurea in Psicologia, a fronte di circa 50.000 iscritti all’Ordine. Questo secondo me è un dato sconvolgente perché vuol dire che andiamo al raddoppio della platea degli Psicologi nel giro di pochi anni. Le università non devono essere luoghi finalizzati a riprodurre se stessi ma strutture atte a fornire una formazione adeguata, che possa anche essere spesa sul mercato del lavoro. Una parte delle difficoltà che i giovani colleghi hanno ad inserirsi nel mondo del lavoro è anche legata al fatto che la formazione che hanno ricevuto non è poi così facilmente spendibile sul piano dell’operatività. Noi, come Psicologi, abbiamo sempre avuto, giustamente, una tendenza a non appiattirci sulle richieste e sulle logiche del mercato, però avere un atteggiamento critico non vuol dire porsi su un piano che non tiene conto degli elementi di realtà.

L’ENPAP che cosa può fare? Il compito dell’ente non è quello di occuparsi, specificamente, delle politiche professionali. Questo è compito dell’Ordine, cui deve essere riconosciuta una funzione primaria in tal senso, delle organizzazioni autonome che all’interno della professione si creano, oltre che dell’intraprendenza dei singoli colleghi. Quello che l’ENPAP può fare è cercare di dare credibilità alla professione. Quello che ho notato in questi anni è che anche grazie all’ENPAP abbiamo acquisito una maggiore credibilità sociale all’interno del mondo politico e di quello economico-finanziario del paese. L’evidenziare, ad esempio, come stiamo facendo, l’importanza degli investimenti in settori socialmente responsabili, che ormai sono una parte rilevante del nostro patrimonio, in forte avanguardia rispetto agli altri enti di previdenza, ci permette di dare degli indirizzi al mondo economico che vengono guardati con rispetto. Sottolineare che il nostro paese, per quanto stia attraversando molte traversie, è in una condizione di privilegio rispetto a tanti altri e che soprattutto può continuare a crescere non tanto puntando solo su incrementi di beni puramente materiali ma anche se punta sulla qualità delle produzioni e dei livelli di vita, è un tema su cui noi Psicologi abbiamo molte cose da dire.

D: Presidente, hai toccato temi – quale quello del rapporto dell’università con la professione, molto cari ad AltraPsicologia ma quello che ti chiedo ha risvolti concreti. Va bene la distinzione di ruoli tra ENPAP ed Ordini, il valore aggiunto in immagine che l’ENPAP porta alla professione in certi contesti politico-economici ma, in soldoni, le risorse finanziarie dell’ENPAP non possono tornare utili a finanziare gli sviluppi professionali dei singoli colleghi ed a sostenere l’immagine sociale diffusa della professione?

R: Come principio generale, quando dico che ognuno deve fare bene nel suo compito mi riferisco al fatto che all’ENPAP dobbiamo cercare di pagare le pensioni. I contributi dobbiamo cercare di farli rendere al meglio e poi, fatto questo – che non è scontato – possiamo cercare di attivare forma di assistenza.

Nel momento in cui creiamo un sistema previdenziale e assistenziale possiamo dare al collega una maggiore tranquillità nello svolgere il proprio lavoro, la tranquillità di poter affrontare certe scelte che riguardano la sua vita e il suo lavoro senza avere una serie di assilli circa fatti contingenti: se ognuno di noi ha una famiglia, ha figli piccoli, con che spirito si mette ad intraprendere iniziative professionali un po’ più ardite rispetto a un posto lavoro più o meno fisso? Nel momento in cui il collega sa che, se le cose vanno male – perlomeno in alcuni casi – non rimane solo, questo è un apporto importante. Questo penso possa essere realisticamente il compito dell’ente di previdenza.

D: Le norme della stabiliscono che il Consiglio d’Indirizzo Generale dell’ENPAP debba essere composto da un consigliere ogni 1000 iscritti. Con la tendenza attuale avremo, nella prossima consigliatura dell’Ente un CIG di più di 30 persone. Cosa pensi di questa tendenza all’aumento continuo dei Consiglieri e quindi dei costi crescenti della “politica” all’interno della Cassa?

R: Nella passata consigliatura avevamo deliberato un contingentamento dei membri del Consiglio di Indirizzo limitandone i membri a 21. Questo ci è stato purtroppo cassato dai ministeri vigilanti in relazione al fatto che il rapporto di 1 consigliere ogni 1000 iscritti è un dato di legge e non dovuto al nostro Statuto. È quindi  il D. lgs. 103/96 che dovrebbe essere cambiato. Assumere noi da soli l’iniziativa di proporre una modifica legislativa quando gli altri quattro enti nati con la stessa legge non sono interessati sarebbe destinato al fallimento. Abbiamo quindi posto il problema agli altri enti e ci siamo presi l’impegno di proporre, di comune accordo, entro l’anno una modifica alla norma di legge che ci permetta di contingentare il numero dei consiglieri del CIG.

D: A proposito di contingentamento, si dice che il CIG e il CdA avranno una composizione definita anche in base alla caratterizzazione professionale di coloro che entreranno a farvi parte: dovrebbe diminuire il numero dei colleghi dipendenti rispetto a quanto finora consentito. Anche su questo, però, niente di ufficiale. Che accade?

R: Queste sono deliberazioni già assunte dall’ente. Prima di renderle ufficiali è bene attendere che vi sia l’approvazione ministeriale e che diventino definitive a tutti gli effetti. Si prevede una rappresentatività, all’interno degli Organi dell’ente, che tenga conto, in maniera ancor più  specifica e proporzionale di quanto già accade attualmente, del fatto di essere liberi professionisti a tutti gli effetti o di avere, accanto alla libera professione, un’attività di lavoro dipendente. Questa è una previsione che c’è già nel nostro Statuto e che è stata rinforzata proprio per i motivi che dicevo prima: l’ENPAP è l’ente di previdenza dei libero professionisti ed è importante che chi in questo ente ha il principale strumento su cui basarsi quando sarà anziano, abbia una rappresentanza adeguata alla sua reale numerosità nel rispetto, ovviamente, dei principi democratici.

D: Per finire ho la tentazione di chiedere chi comanda adesso nell’ENPAP, visto che sembrano saltati gli schieramenti che si erano presentati alle ultime elezioni e che tutti si accreditano come fautori dell’attuale politica dell’Ente Previdenziale. Davvero non si capisce il senso della litigiosità che si vede affiorare presso l’ENPAP su questioni su cui tutti concordano in linea di principio, quasi che tutti mirino a sostenere la propria propaganda elettorale. Solo che siamo appena a metà mandato e le elezioni ENPAP sono previste per il 2009!

Ti chiedo invece: cosa farai nel 2009, dopo questo secondo mandato, che per legge è anche l’ultimo? Presidente, non mi dire che diventerai uno dei primi pensionati ENPAP?

R: Vorrei rassicurare te, ma sopratutto me stesso, del fatto che nel 2009 non sarò pensionato, per il semplice fatto che i 65 anni non sono ancora prossimi. Al di la delle battute, oggi l’ente è amministrato da un Consiglio di Amministrazione che esprime le sue posizioni, avendo all’interno un dibattito, e riesce ad esprimere delle sintesi.

Si tende troppo stesso a confondere il Consiglio d’amministrazione o anche il CIG dell’ENPAP per assise politiche. Come consiglieri non abbiamo il compito di fare politica in senso astratto: siamo al nostro posto in relazione ad un mandato preciso che è quello di amministrare un ente di previdenza e cercare di garantire ai colleghi condizioni di vita più decorose possibile quando saranno anziani o in condizione di bisogno. Io non accetto che in base a discriminanti di tipo “politico” si creino delle situazioni di immobilismo all’interno di un ente di previdenza. So bene che su questo piano esistono delle logiche che bisogna conoscere ed in una certa misura anche rispettare, ma il mio compito è quello di amministrare un ente di previdenza nel modo migliore possibile, su decisioni che sono per molta parte di carattere tecnico.  E’ certamente su questo profilo che dobbiamo orientare il nostro agire per individuare soluzioni anche nei momenti di difficoltà.

Intervista di Felice D. Torricelli

Sono Psicologo e Psicoterapeuta, tra i fondatori di AltraPsicologia (www.altrapsicologia.it). Con AP ho potuto sperimentare l’impatto che la psicologia professionale può avere quando si affaccia sulla collettività in trasformazione e propone il suo valore. Sono particolarmente interessato alle interazioni tra Psicologia, Politica ed Economia, nella convinzione che la Psicologia abbia moltissimo da dire (e da dare) intorno all’evoluzione sociale e civile ma non sia ancora riuscita a trovare i codici più appropriati per valorizzare l’apporto delle sue competenze intorno ai temi centrali del dibattito culturale e politico contemporaneo: la felicità, il bene comune, la sostenibilità, la crisi del modello consumistico.

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