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Manuale di continenza per giovani omosessuali

Risale a pochi giorni fa la pubblicazione degli atti di un seminario dell’associazione Agesci (l’associazione degli scout cattolici) tenutosi nel novembre 2011: “Omosessualità: nodi da sciogliere nelle comunità dei capi. L’educazione tra orientamento sessuale ed identità di genere”.

Tali atti dovrebbero costituire le linee guida dell’Agesci nei confronti dei capi scout omosessuali. Una specie di manuale di bon ton per giovani omosessuali? una di quelle cose per impedirgli di nuocere ai più piccoli?

Relatori dell’incontro sono un prete docente di teologia morale all’Università Pontificia di Roma (ma che con i suoi interventi entra nel campo della psicologia) e due psicologi psicoterapeuti che si interrogano soprattutto sulla relazione capo gruppo e ragazzi scout.

Il seminario dovrebbe essere un luogo di confronto e scambio in cui gli psicologi, consapevoli della responsabilità sociale attribuita loro dal codice deontologico, dovrebbero agire per dare un’informazione scientificamente fondata al di là dei pregiudizi, e finalizzata a promuovere il benessere delle persone indipendentemente del loro orientamento sessuale.

E invece è stato invece il trionfo dell’autoreferenzialità e dei pregiudizi che si trasformano in assunti teorici, buone (secondo i relatori) prassi in campo educativo e allarme clinico nei confronti di ragazzi che si scoprono o dichiarano omosessuali. Il tutto ovviamente in un’ottica eterocentrista, senza mai porsi nel punto di vista della persona omosessuale.

Le conclusioni del seminario sono talmente sconcertanti da richiamare l’attenzione delle principali testate giornalistiche nazionali, la Repubblica.it gli dedica addirittura DUE ARTICOLI. (oppure scarica in .pdf: Repubblica- AGESCI e omosessualità)

Ecco alcune delle affermazioni del prete che non hanno ricevuto nessuna rettifica da parte degli psicologi presenti al seminario e co-autori degli atti dello stesso:

“Le persone omosessuali, in linea generale, hanno dei problemi non solo sul piano sociale, ma anche con loro stesse”.

Ma ci chiediamo: vuol dire che le persone eterosessuali non hanno problemi? Quando l’omosessualità è stata tolta dal novero delle malattie mentali è stato statisticamente dimostrato che la popolazione omosessuale non soffre di disturbi o problemi psicologici in maniera differente (di più o di meno) da quella eterosessuale. Gli esperti psicologi intervenuti al seminario non lo sanno? Perché non l’hanno detto?

Inoltre, come dimostrano gli studi contemporanei sul minority stress e sulla resilienza (Meyer, 2003; Lingiardi, 2007; Chiari, Borghi, 2009), le minoranze sociali non sono composte da persone passive, prive di risorse o incapaci di reagire allo stess dell’appartenere ad una minoranza.

Altra affermazione del prete che sorprende per la sua componente pregiudiziale:

“Le persone omosessuali adulte nel ruolo di educatore costituiscono per i ragazzi loro affidati un problema educativo”.

Dunque gli omosessuali costituirebbero un problema educativo per partito preso? A noi risulta che le moderne teorie pedagogiche e di psicologia dell’educazione abbiano indicato il peso di ben altre variabili nella valutazione della capacità educative. L’orientamento sessuale dell’educatore non c’entra proprio!

Ma seguiamo il ragionamento del docente che anche in questo caso non muove nei due psicoterapeuti nessun bisogno di controinformazione, precisazione, riferimento a modelli scientifici contemporanei:

“Il capo trasmette dei modelli e i capi che praticano l’omosessualità, o che la presentano come una possibilità positiva dell’orientamento sessuale, costituiscono un problema educativo.”

Ecco spuntare l’ennesimo pregiudizio: è di per sé problematico se l’educatore omosessuale si accetta per quello che è e lo dichiara ai ragazzi. Essendo un modello per i ragazzi si lascia intendere che potrebbe avere dunque un’influenza sul loro orientamento sessuale… peccato che nessuno studio scientifico abbia mai dimostrato che i minori a contatto con adulti omosessuali diventino con più probabilità essi stessi omosessuali. Poi, uscendo da una prospettiva eterocentrista, ci chiediamo allora perché i nostri fratelli, figli, amici omosessuali non siano diventati eterosessuali visto il contatto con i loro genitori e tanti eterosessuali nella loro infanzia e adolescenza.

Ultimo punto: cosa fare dunque se un giovane scout si scopre omosessuale? Qui c’è da preoccuparsi seriamente, secondo i relatori. Il sacerdote afferma, infatti:

“Mi chiedo però, cosa fare se il ragazzo o la ragazza presenta in diversi modi tendenze omosessuali in età rover/scolte? Secondo me bisognerebbe parlare con i genitori e invitare un esperto con cui consigliarsi. In linea generale uno psicologo dell’età evolutiva o ancora meglio un pedagogista”.

Insomma un caldo invito a rivolgersi a uno psicologo o ad un pedagogista (non c’è molta differenza secondo il sacerdote), per il semplice fatto che un ragazzo scout si dichiari omosessuale. Anche qui si dà per scontato che il ragazzo o la famiglia non abbiano le risorse per far fronte e gestire un orientamento sessuale non maggioritario visto come qualcosa in sé di problematico.

Gli interventi dei due psicologi psicoterapeuti sono molto densi, a tratti molto ambigui e difficili da interpretare. Riconoscono che l’omosessualità non sia una malattia, ma allo stesso tempo non mettono sullo stesso piano l’educatore eterosessuale e quello omosessuale, sottolineando in maniera eccessiva dal nostro punto di vista la necessità di una prudenza nel dichiararsi ai ragazzi. Questo in contrasto con gli orientamenti teorici e clinici più recenti (si veda, per esempio, M. Graglia, Omofobia. Strumenti di analisi e di intervento, 2012) che vedono nella visibilità in ambito familiare, lavorativo ma anche educativo delle persone omosessuali un fattore di protezione da problemi psicologici e, quindi, una condizione di benessere, sia personale che comunitario. Insomma, se non si lavora sulla visibilità, la trasparenza, il contrasto all’omertà si rischia di generare malessere, negli individui e nei gruppi.

A noi di AltraPsicologia piace metterci dall’altra parte, ossia di quei preadolescenti e adolescenti che si scoprono omosessuali e che possono ricevere un aiuto nel riconoscersi in quello che sono (senza negarlo) proprio grazie allo svelamento rispettoso di persone a loro vicine, come i capi scout. Allo stesso modo il coming out dei capi insegna ai ragazzi eterosessuali la legittimità ad essere lesbica o gay, prevenendo forme di omofobia e bullismo omofobo.

Quindi non allarme clinico per i ragazzi che si dichiarano omosessuali, ma prevenzione e contrasto dell’omofobia per rendere la società più accogliente nei confronti di tutte le differenti identità sessuali.

Eh sì, le nostre linee guida, sarebbero proprio diverse…

Categoria: Attualità

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