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Peggio dell’assenteismo sul lavoro c’è il presenteismo

La scorsa volta vi ho raccontato di Carlo, lavoratore che è andato a lavorare dopo aver preso un medicinale perché non si sentiva bene. Purtroppo questa non è stata la decisione migliore, non solo per la sua salute ma anche per la produttività aziendale!

Ebbene si, nonostante per le aziende i costi delle assenze dei dipendenti per malattia siano elevati, è meglio per tutti che il lavoratore stia a casa quando non si sente bene.

Sappiamo che il numero di assenze per malattia dipende fortemente dalle regole aziendali e ha un peso importante sul budget aziendale. Per questi motivi si cerca un sistema di regole che incentivi la presenza e punisca l’assenza dal lavoro. Sembra tutto razionale e logico ma, come ci ricordava Pasolini “non esiste razionalità senza senso comune e concretezza. Senza senso comune e concretezza la razionalità è fanatismo”. Per questo si rischia il  “fanatismo” della presenza a tutti costi.

Questo “fanatismo della presenza” da parte delle aziende produce un fenomeno figlio del nostro “mercato del lavoro”: il PRESENTEISMO.

Chi è il presenteista sul lavoro? Semplice, è colui che quando è ammalato e dovrebbe stare a casa va a lavoro,  chi fa di tutto per essere presente il più possibile al lavoro.

Se essere assenti dal lavoro è una spesa per l’azienda allora l’essere sempre presenti dovrebbe essere un vantaggio economico. Il ragionamento è semplice, ma non ha “buon senso e concretezza”. In realtà, gli studi sul presenteismo dimostrano che la produttività persa è maggiore quando siamo presenteisti rispetto a quella persa se fossimo rimasti a casa!

Ad esempio, nel Regno Unito il Sainsbury Centre of Mental Health ha stimato che il costo del presenteismo è 1,8 volte maggiore di quello dell’assenteismo (2008). Negli Stati Uniti, Steward et al. (2003) hanno dimostrato che il costo del tempo di produttività persa per presenteismo è tre volte del costo della produttività persa per le assenze. Infine, Kivimaki et al. (2005) hanno visto che una buona parte di coloro che non erano mai stati assenti per malattia nei tre anni precedenti avevano il doppio della probabilità di avere dei problemi cardiaci rispetto a chi, invece, nei tre anni precedenti era rimasto a casa in malattia qualche giorno.

Bergstrom et al. (2009) concludono chiaramente che la presenza da ammalato di oggi si traduce all’assenza nel futuro; infatti, chi è andato al lavoro nonostante fosse ammalato per più di 5 giorni in un anno aveva una maggior probabilità di rimanere a casa per più di 30 giorni nei 18 mesi successivi.

I disturbi più comunemente associati al presenteismo sono ansia, mal di testa, emicrania, allergie, depressione, problemi gastrointestinali e difficoltà di respirazione/asma. Inoltre, il presenteismo in condizioni lavorative psicologicamente avverse (tensioni sul lavoro) aumenta il rischio di sviluppare malattie mentali.

Ma non ci comportiamo da presenteisti per mero masochismo, ma per altri specifici motivi. Cooper & Dewe (2008) definiscono il comportamento dei lavoratori presenteisti come il comportamento messo in atto dai lavoratori che reputano instabile il proprio posto di lavoro. In questo caso il presenteismo implica la tendenza a stare più a lungo al lavoro di quello richiesto, solo per mostrare un proprio visibile coinvolgimento nel lavoro e nell’azienda, nella speranza di essere gli ultimi della lista dei “sacrificabili”.

Non ci è mai capitato di lavorare in una situazione simile? Simpson (1998) lo chiama “presenteismo competitivo”, cioè si fa la gara a chi va a casa più tardi. A Milano siamo campioni di questa disciplina.

Le ricerche mostrano che i fattori che determinano il presenteismo, cioè che spingono il lavoratore a recarsi al lavoro nonostante la condizione di salute avversa, sono sia personali/famigliari sia legati al lavoro e al suo contesto. Ad esempio, i settori lavorativi che richiedo la cura di altre persone, come il settore educativo o sanitario, registrano i più alti livelli di presenteismo. In questi casi la spiegazione è semplice,  il lavoratore si sente responsabile dei propri utenti e tende ad essere maggiormente presente sul lavoro.

Oltre alla finalità del lavoro, anche alcune caratteristiche della situazione lavorativa possono far aumentare il presentismo, come la mancanza di tempo o di risorse per svolgere l’attività,  il carico di lavoro eccessivo o le difficoltà ad essere rimpiazzati.

Lavoriamo in queste condizioni? Allora è utile sapere che se il lavoro si accumula quando siamo in malattia abbiamo più probabilità di essere presenteisti. Questo può essere più probabile in ambienti di lavoro a corto di personale (Aronsson et al., 2000).

Concludendo, quando non ci sentiamo bene, anche se abbiamo delle scadenze di lavoro importanti, è meglio stare a casa a riposarsi, non solo per noi stessi ma anche per la produzione aziendale. Ragionare solo in modo “economico” senza “buon senso e concretezza” può solo peggiorare la situazione.

Al di là delle incombenze lavorative dovremmo dare ascolto al nostro corpo quando ci dice di prendere qualche giorno di riposo; proprio come ci dicono le nostre nonne, che di buon senso e concretezza ne hanno da vendere!

Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni. Ho lavorato in Clinica del Lavoro di Milano per il Centro Stress della Fondazione IRCCS Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena. Il mio interesse per la Psicologia della Salute Occupazionale (Occupational Health Psychology) mi ha portato a conseguire il Dottorato di Ricerca (Ph.D.) in Medicina del Lavoro. Mi sono, inoltre, specializzato in Psicoterapia con orientamento Cognitivo e Comportamentale. Ho scritto e scrivo articoli riguardanti stress lavorativo su riviste scientifiche nazionali ed internazionali. Attualmente continuo ad occuparmi di ricerche che hanno come tema comune lo stress lavorativo in tutte le sue forme (come lo stress lavoro-correlato, il mobbing, il burnout). Sono socio ordinario e membro del direttivo di AltraPsicologia con cui collaboro dal 2008.
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