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Politico, ludopatico, cocainomane, incontinente. Appellativi intercambiabili?

Tempo fa venne fuori, da uno scherzo delle Iene, che una certa percentuale di parlamentari (il 24,2% secondo il pur insufficiente campione raccolto) facesse uso di droghe (cocaina, cannabis). I responsabili di quella rivelazione sono stati definitivamente condannati per aver portato “nocumento all’immagine pubblica e onorabilità” del Parlamento. Secondo il giudice il campione non era abbastanza rappresentativo (sic!).

Poche settimane fa Franco Fiorito, capogruppo PDL alla Regione Lazio viene arrestato per una serie di gravi reati. La richiesta di scarcerazione dei suoi avvocati viene respinta in quanto considerato “ingordo grassatore con debordante propensione criminale” ed ancora “ha assecondato sfizi e capricci” ed infine “una condotta biennale di ostentata strumentalizzazione della carica rivestita e di scandalosa dissipazione di ingenti risorse pubbliche per fini personali”.

Pochi giorni fa, l’ex capogruppo alla Regione Lazio dell’Italia dei Valori Vincenzo Maruccio è stato arrestato per peculato, e da tale inchiesta è emersa tra le altre cose una seria ludopatia del politico che pare si sia giocato 100.000 euro di soldi pubblici ai videopoker.

Dal canto mio, se nel mio gruppo terapeutico o se nel complesso dei miei pazienti un quarto (dico un quarto!) di essi cominciasse dopo un po’ ad assumere cocaina o a manifestare serie psicopatologie tossicofiliche-compulsive o maniacali mai mostrate precedentemente, primo: mi domanderei cosa diavolo sta accadendo; secondo: abbandonerei immediatamente la professione per manifesta incapacità e presterei le mie braccia all’agricoltura.

Ugualmente se io fossi il dirigente di un’azienda i cui dipendenti cominciassero per un quarto (dico un quarto!) di essi a drogarsi non penserei certo ad un impazzimento di ognuno di loro (guarda caso nella stessa forma), ma tenderei a pensare a qualche causa strutturale e chiamerei subito un servizio di medicina del lavoro o meglio ancora un’équipe di psicosociologi.

Proprio così: la cosa corretta da fare nel momento in cui le percentuali diventano “sociologiche” e non le consolanti mele marce isolate, è pensare a cause strutturali e non ad incidenti di percorso o a contingenze passeggere. Perché allora le nostre istituzioni non pensano l’unica cosa sensata che andrebbe pensata in questi casi?

Ma cosa s’intende, in un caso come questo, per cause strutturali? Ci si riferisce in genere a cause che riguardano le basi stesse di un’organizzazione, di un sistema, le sue fondamenta, in altre parole i suoi cardini culturali. Nelle pratiche psicologiche nelle istituzioni, ad esempio, si tende a cercare le cause strutturali di un rilevante e diffuso disagio nella “cultura istituzionale” di una organizzazione. Parliamo del deposito storico, il sedimento delle idee, pratiche, relazioni, consuetudini, ma anche simbologie, rappresentazioni, immagini, emozioni prevalenti, desideri, pulsioni tutti elementi che formano la “mentalità di gruppo” che nel tempo costruiscono lo spessore identitario di un luogo istituito, l’aria che tira lì.

Se dunque in un luogo istituzionale esistono degli evidenti focolai di malattia e tali focolai si allargano a macchia d’olio, da psicologi non possiamo non pensare che quanto sta accadendo in quel luogo riguardi e interroghi tutte le sue componenti, nessuno escluso, nemmeno le componenti cosiddette sane, seppure in forme differenti, ed interroghi l’anima stessa di quel luogo.
A giudicare dalla presenza sempre più evidente di organizzatori maniacali, incontinenti, antisociali, tossicodipendenti ed ora anche ludopatici, la cultura istituzionale italiana, la mentalità del gruppo dirigente nazionale, sembrerebbe aver imboccato una precisa deriva che è del tutto omologa a quella di un individuo postmoderno, disorientato, alienato, incarognito nelle logiche del potere e dell’accumulo, esposto come chiunque altro alle tipiche intemperie psichiche alle quali sono esposti tutti i cittadini in questa strana epoca storica: ansia, ansia somatoforme, depressione sottotraccia, tossicodipendenza, ludopatia, bulimia, narcisismo, etc.

Inoltre, la diffusione capillare di questa mentalità rende del tutto compiuta l’identificazione, direi metafisica, nel nome del dogma utilitaristico, tra sfruttatore e sfruttato, secondo cui l’adagio “l’occasione fa l’uomo ladro” è diventato ormai sistema e tutti da qualche parte dentro di sé pensano che se c’è una torta ricca da spartire, tutti hanno agio e ragione a spartirla senza molti sensi di colpa, e tutti comprendono chi lo continua a fare nella sua posizione privilegiata; anzi, lui, il politico di turno, che continua a rubare e mostrare il lato più incontinente di sé lo fa, ahinoi, un po’ anche in nome di tutti noi.

Vengo dalla frontiera delle istituzioni di cura per il disagio psichico, dove ho lavorato oltre 20 anni. Attualmente lavoro privatamente e felicemente nel mio studio del quartiere Pigneto a Roma. Nel 2005 partecipo alla fondazione di AltraPsicologia portandovi il sogno di una professione di psicologo meno provinciale, più aperta al mondo sociale, politicamente più impegnata, meno succube dei clientelismi. Sono una persona curiosa di quanto mi succede intorno, del mondo dei media (sono anche ideatore dell'Osservatorio Psicologia nei Media), dei codici sociali che ci attraversano, delle discipline a noi limitrofe (sono ideatore della rivista MARSS). http://luigidelia.it/
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Commenti

One Response to %2$s

  1. joacchino says:

    ma, assumere droghe è una malattia?
    ma Freud non era assuntore di cocaina per ragioni professionali per esempio?
    come un fottio di artisti e scrittori?
    e lo è anche “incarognirsi nelle logiche del potere e dell’accumulo” all’insegna del così fan tutti?
    è dunque un morbo il liberismo.. lo dicevo io!

    • Luigi D Elia Luigi D Elia says:

      In un certo senso… Lei ha colto un implicito dell’articolo, in effetti penso che il neoliberismo non sia in sé alcun “morbo”, ma piuttostio sia il terreno fertile per l’attecchimento di questo genere di psicopatologie di cui dico nel pezzo.

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