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Precari i malati e precari i loro dottori

L’ordine degli psicologi lombardi informa che 37 mila lavoratori soffrono «di problemi psicologici riconducibili a una sindrome da lavoro precario». E un’indagine ha scoperto che in due anni oltre quattromila imprese lombarde hanno richiesto l’intervento dello psicologo per i propri dipendenti. Insomma la crisi non solo erode le buste paga dei salariati (non di lor signori, come diceva Fortebraccio) ma provoca anche dissesti nella salute mentale. Un fenomeno inquietante. Fatto di «stress, ansia per un futuro sempre più incerto, paura di non riuscire a sbarcare il lunario, autostima a picco, depressione». E magari qualche buontempone proporrà di ridurlo introducendo, come per i licenziamenti e i futuri rapporti di lavoro, forme di “equo arbitrato”. Tanti solerti ed equi Collina si aggireranno nel mondo del lavoro a decidere tempi, orari, ferie, sicurezze, licenziamenti, stato di salute. Senza più bisogno né di sindacati né di giudici del lavoro, tutti soggetti che, come si sa, fanno solo perdere tempo (a lor signori sempre). Il dato nuovo della vicenda, denunciata a Milano, è che a star male sono anche quelli che dovrebbero curare i precari. Racconta Mauro Grimoldi, neopresidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia che quasi tutti i suoi 12.319 iscritti vanno avanti con contratti a termine o consulenze inferiori all’anno. «Come affronti il disagio psicologico creato dal lavoro precario se anche il tuo psicologo è precario?». Sono temi che rimbalzano nel bel saggio di Umberto Romagnoli pubblicato dal sito http://www.insightweb.it/web sotto il titolo «La solitudine del lavoro». Dove si spiega come il moderno Cipputi «ormai orfano della rappresentanza politica gestita dai defunti partiti della sinistra, attualmente dispone di una rappresentanza sindacale lacerata da tensioni anti-unitarie che la indeboliscono». E prosegue: «Questa crisi è diversa dalle precedenti perché enfatizza la subalternità del diritto del lavoro al punto di metterne in gioco la stessa esistenza…». All’antica icona novecentesca basata sul lavoro stabile «oggi si pretende e s’invoca la sostituzione con quella, già in fase di gestazione, non tanto del cittadino cui la costituzione riconosce il diritto al lavoro quanto piuttosto dell’uomo flessibile, del lavoratore usa-e-getta, del soggetto funzionale alle esigenze di un mercato globale e concorrenziale». Nella sostanza «Cipputi e i suoi nipotini stanno sopportando il peso di una crisi epocale di cui non sono responsabili e, ciononostante, sono costretti a pagare il prezzo più alto». Romagnoli ha una conclusione amara, riferibile alle polemiche di queste ore, sostenendo che i Cipputi di un tempo erano meno soli rispetto ai nipotini di oggi. «Anche per questo, il diritto del lavoro rischia di vedersi immesso in un circuito circolare, destinato a riportarlo al punto di partenza».

Categoria: Attualità

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