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Ridendo sull’orlo del precipizio: l’ENPAP e il disastro della Borsa

Tempi cupi per l’economia mondiale. Le borse e le istituzioni finanziarie di tutto il mondo perdono miliardi di dollari ogni giorno, molte banche sono prossime al fallimento ed alcune, importantissime, sono già fallite.

Già da qualche settimana non si sfugge al confronto tra la crisi attuale della finanzia mondiale e quella famigerata e drammatica del 1929, che portò alla disperazione milioni di famiglie. Solo l’imponente intervento delle banche centrali e dei governi dei paesi occidentali (e quindi dei soldi pubblici, tirati su con le tasse e distolti da altri possibili impieghi in sanità, formazione, sicurezza, ricerca, sviluppo) potrà sperare di evitare il tracollo completo del sistema finanziario costruito dal capitalismo americano ma questo intervento avrà di certo conseguenze, almeno dal punto di vista dei mancati investimenti sul benessere futuro di tutti.

Chi ha avuto soldi da investire negli ultimi anni si ritrova in una situazione molto difficile e, se non ha la certezza di aver messo i suoi denari in aziende con una reale capacità di produrre e restare sul mercato, corre il rischio di vedere andare in fumo patrimoni ingenti.

Tra gli investitori il nostro ENPAP ha una posizione istituzionale e un ruolo di un certo rilievo (almeno per i nostri destini di categoria). L’ente amministra diverse centinaia di milioni di euro che, per poter garantire i rendimenti annuali sui montanti pensionistici previsti dalla legge, devono essere investiti e di certo non possono restare sotto uno dei mattoni del palazzo di via Cisalpino a Roma.

L’ENPAP, dunque, consigliata da importanti intermediari finanziari, ha investito una parte importante dei nostri soldi in borsa. Lo ha fatto sperando di trarne benefici sufficienti a garantire i rendimenti dovuti ai nostri fondi pensionistici senza dover intaccare i fondi di riserva costituiti con il nostro contributo integrativo (il 2% sul lordo che versiamo). In verità questo obiettivo è stato quasi sempre mancato, finora, e per 10 anni su 11 di vita dell’ENPAP si è stati costretti ad attingere ai fondi già in cassa per poter garantire l’incremento di legge ai montanti.

Quest’anno, quindi, la situazione appare molto più cupa che negli anni scorsi: alle perdite già registrate da inizio 2008 si vanno ad aggiungere quelle conseguenti al fallimento di alcune importanti istituzioni finanziarie internazionali di cui l’ENPAP, come molti altri investitori istituzionali (banche, enti di previdenza, assicurazioni), aveva titoli in portafoglio.

I rumors provenienti dall’interno delle ente parlano, complessivamente, di diverse decine di milioni di euro che mancheranno rispetto a quanto preventivato, non di briciole. E la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare se si acuirà la crisi della finanza globale.

In questa situazione sono a rischio le attività assistenziali a favore dei colleghi in condizione di bisogno e la stessa copertura sanitaria di base, da poco attivate dall’ENPAP: potrebbero non esserci i soldi per metterle in atto. Potrebbe addirittura non bastare la liquidazione del contributo integrativo per garantire l’importo dei montanti e si aprirebbero scenari davvero drammatici nella gestione futura dell’ente.

Personalmente non sono stupito dalla perdita che si registra negli investimenti ENPAP: la banche internazionali fallite, tipo la “Lehmann Brothers”, riportavano una valutazione di rating anche “AAA”, il massimo dell’affidabilità, corrispondente ad un investimento a rischio bassissimo. Pochissimi operatori erano in grado di prevedere il fallimento di quelle istituzioni apparentemente solide e con una grande esperienza. Il guaio è che il mercato finanziario globale ha un assetto di interconnessione per cui le perdite di un operatore importante coinvolgono a catena molti altri soggetti i quali detengono azioni del primo o gli hanno prestato soldi e così via, in una catena che è alla base dei più gravi crack di borsa.

Non mi stupisce che l’ENPAP abbia avuto perdite imponenti, visto che ne aveva avuto anche in tempi molto meno burrascosi di questi: converrebbe interrogarsi sulla qualità delle consulenze finanziarie che ricevono gli amministratori della nostra cassa di previdenza.

Mi sconcerta, però, l’atteggiamento di alcuni colleghi che nei giorni scorsi ho sentito annunciare con tono quasi esultante la batosta finanziaria presa dal nostro Ente, quasi che gli attuali amministratori dell’Ente avessero perso in borsa i loro soldi personali e non quelli di tutti noi contribuenti dell’ENPAP.

Davvero una strana posizione, quella assunta dai colleghi “gioiosi”: fa venire in mente vecchi adagi popolari e leggende metropolitane con protagonisti che, pur di dimostrare il torto altrui, sono pronti persino ad atti di autolesionismo palese.

Colpito dall’assurdità di questa posizione, in un’epoca di evidente crisi della professione, che richiede un atteggiamento di grande unitarietà e solidarietà interna, ho provato a darmene una ragione: non è che quelli che gioiscono e gridano “l’avevo detto!” sono quelli che hanno una pensione sicura perché psicologi dipendenti e dunque iscritti a qualche altro ente di previdenza?

Chissà!

Felice D. Torricelli

Sono Psicologo e Psicoterapeuta, tra i fondatori di AltraPsicologia (www.altrapsicologia.it). Con AP ho potuto sperimentare l’impatto che la psicologia professionale può avere quando si affaccia sulla collettività in trasformazione e propone il suo valore. Sono particolarmente interessato alle interazioni tra Psicologia, Politica ed Economia, nella convinzione che la Psicologia abbia moltissimo da dire (e da dare) intorno all’evoluzione sociale e civile ma non sia ancora riuscita a trovare i codici più appropriati per valorizzare l’apporto delle sue competenze intorno ai temi centrali del dibattito culturale e politico contemporaneo: la felicità, il bene comune, la sostenibilità, la crisi del modello consumistico.

Categoria: ENPAP

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