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“Son tornati a cento e a mille” i politici in Tv

Silvio Berlusconi ospite di Barbara d’Urso a “Pomeriggio Live” su Canale5

Non eravamo rimasti che la comunicazione dei politici italiani aveva svoltato? Non si era detto che le disfunzioni informative e comunicative della Seconda Repubblica erano finalmente superate? Le campagne 2.0 di Obama sembravano aver indicato la strada anche alle nostre. Certo, non ci eravamo illusi che lo sarebbero state a livello di quelle di Barack, tuttavia gli exploit di Pisapia e De Magistris alle Amministrative 2011 più il successo dei comitati per il “no” ai referendum sui beni pubblici, al successo dei quali la Rete aveva contribuito, avevano destato nell’opinione pubblica aspettative alte in fatto di rinnovamento e di qualità della comunicazione politica. Più di recente, le Primarie del centrosinistra hanno rinfocolato quelle aspettative. Il format all’americana apparecchiato da Sky negli studi di X-Factor per il “faccia-a-faccia” tra gli aspiranti del centrosinistra alla premiership, con florilegio di fact checking e di trollata promozionale sul sito del PD – lo dico: sarà per la mia passione per tutto ciò che è pop, ma a me l’idea dei Fantastici Cinque è piaciuta subito – hanno spinto gli espertoni, nell’imminenza dell’evento, a sentenze tanto inappellabili, quanto, evidentemente, precipitose e, perciò, incaute. Le principali: “il talk-show di informazione politica è morto”, i dispositivi di comunicazione elettorale “non saranno mai più quelli di prima”, “il confronto politico tornerà inevitabilmente ad incentrarsi sui problemi reali”.

Un mese e qualche giorno più tardi, la nostra personalissima DeLorean targata Silvio Berlusconi ha riattivato i “circuiti temporali” del Paese. Ho ancora vivido addosso il senso di straniamento provato domenica 16 dicembre alla vista di Silvio Berlusconi ospite di Barbara D’Urso a Pomeriggio Live. Un’ora di monologo senza contraddittorio, fino alla domanda fatale: «Ma Presidente, mi si è fidanzato?». In quel momento ho avuto un’illuminazione: Flaiano, che già nel ’59 lamentava lo “Stato radiotelevisivo”, cioè lo Stato che attraverso l’intrattenimento televisivo «regola l’ozio della Nazione, dopo essersi invano provato a regolarne il lavoro, sul quale si fondava».

Pronti-Via, per milioni di Michael J. Fox italiani è istantaneo ritorno al futuro. Il soliloquio, che sovente egli confonde con lo “spiegare agli elettori”, è il solo dispositivo tollerato dal Cavaliere: qualora si realizzi un’inattesa situazione di contraddittorio, Berlusconi denuncia platealmente l’imboscata e abbandona il confronto – come accadde a In Mezz’ora di Lucia Annunziata nel 2006 – o minaccia di farlo, come a L’Arena di Massimo Giletti del 23 dicembre 2012. Sei anni dopo, il copione è stancamente identico.

Contestualmente alla nota propensione al monologo, che peraltro il Cavaliere condivide con il Senatore Monti, rifanno cucù tutte le piaghe più dannose che hanno afflitto la comunicazione politica del ventennio berlusconiano (non solo per colpa sua, s’intende): l’asfissiante presenzialismo dei politici in Tv, che non di rado configurerebbe il reato di stalking, se non fosse che la fattispecie di stalking politico non è prevista dal codice penale. Presenza eccessiva, certo, ma spesso anche insensata, gratuita, ingiustificata. Lo tsunami dei politici in Tv – Mario Monti in testa, non molto preoccupato (anzi) dagli eccessi di visibilità che gli derivano dall’essere, contemporaneamente, Presidente del Consiglio e aspirante successore di se stesso – è ripreso come sempre, più di sempre: nei notiziari, nei programmi di approfondimento informativo, di infotainment e di intrattenimento puro, in tutte le fasce della programmazione quotidiana e su tutte le reti più importanti. Altra piaga è lo scadimento strutturale della qualità del dibattito: partigianeria cieca e sorda, radicalizzazione ottusa delle posizioni, sganciamento dalla realtà, autoreferenzialità, aggressività, volgarità: su tutto, però, mi impressiona sempre come i parlamentari professionisti non sappiano discutere, allorché il metodo della discussione prevedrebbe: (1) presentazione dei propri argomenti; (2) ascolto degli argomenti degli interlocutori; (3) disponibilità a rivedere le proprie posizioni qualora quelle altrui risultassero più convincenti delle proprie; (4) sintesi finale. Figurarsi. Che poi, anche se sapessero discutere, a cosa servirebbe, visti i temi oggi privilegiati nel dibattito? (Terza biblica piaga). Durante l’anno di interregno del governo tecnico sembrava che i temi concreti, legati al quotidiano delle persone, fossero tornati saldamente al centro dell’agenda politico-mediatica. Oggi il Risiko estenuante delle alleanze elettorali e delle candidature è tornato ad oscurare il resto, con prevedibile calo del desiderio informativo da parte degli elettori.

Ultima piaga annichilente, infine, la strategia retorica di riverginazione cui fanno ricorso coloro i quali (tanti) sembrano alieni da qualsiasi pregressa responsabilità di governo e di partecipazione alla decisione politica. Gli ex in Tv testimoniano le sofferenze degli italiani colpiti dalla crisi e sfiancati dalle tasse (agli italiani sgomenti che li stanno guardando e, presumibilmente, pensano: “ma come, tu lo racconti a me?”) e segnalano le urgenze occupazionali dei giovani (che perlomeno non li stanno guardando, perché sono online); rimproverano (chi?) per l’attuazione di politiche sbagliate, argomentano sulla difficoltà a comprendere le logiche distorte della finanza globalizzata (“ma non è il tuo lavoro?”), salvo che prima del governo tecnico erano deputati, senatori, presidenti di commissione, ministri. La società dell’applauso della quale siamo intrisi li risparmia malinconicamente tutti dal lancio del gatto morto sul palcoscenico come, invece, la migliore tradizione del peggiore avanspettacolo richiederebbe.

Alla fine, la prima benedizione del Pontefice via Twitter, il cinguettio di Natale con il quale Mario Monti ha confermato la sua “salita” in politica e poi ancora #MontiLive, il primo incontro di un politico con gli elettori via Twitter mi sembrano oggi il contorno sfizioso alla solita sbobba. Siamo ripiombati “indietro nel futuro” e, ho paura, ci resteremo a tempo interminato.

Sociologo dei media e dei fenomeni politici all’Università di Torino. Svolgo attività di ricerca con l’Osservatorio sulla Comunicazione Politica che ho contribuito a fondare. Sono tra quei fortunati cui è stato concesso di fare delle sue passioni una professione. In politica mi dichiaro ostinatamente riformista. Invidio al genio la mancanza di talento e le facoltà visionarie di Bene, Fellini, Dagerman. Trovo il mio nord magnetico in un verso di Konstantinos Kavafis: «I giorni del futuro stanno davanti a noi come una fila di candele accese».

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